Ragazze, donne, altro: intervista alla fotografa Caterina Notte

Illustrazione di Michela Vignola - Milksart

Caterina Notte vive e lavora a Monaco di Baviera e a Olbia. Dal Molise, si trasferisce a Roma per frequentare le facoltà di Architettura e di Economia all’Università La Sapienza. Il suo lavoro è stato da subito presentato in mostre in Italia e all’estero in città come Roma, Monaco, Milano, Shanghai, Praga e Santiago del Cile per citarne alcune e scelto per la Fondazione Ratti e altre residenze e premi di rilievo. Oggi lei si descrive come “un’investigatrice del mondo femminile che usa la fotografia per trasformare i suoi soggetti in icone”; non a caso i suoi lavori hanno come focus principale la figura della donna nel suo progetto più ampio di riscrittura della bellezza e della debolezza.

Ciao Caterina, benvenuta! Per iniziare, vorrei chiederti come nasce la tua passione per l’arte e la creatività.

Terminato il liceo mi sono trasferita a Roma per frequentare la facoltà di Architettura, dove ho approfondito la tecnica del disegno dal vero e contemporaneamente ho appreso la tecnica pittorica da un maestro dell’accademia russa di San Pietroburgo. E’ stato fondamentale per il mio percorso esplorativo nell’arte perché quelle stesse tecniche le ho applicate nel digitale per ottenere fotografie verosimilmente reali, pur partendo da scansioni che di reale conservavano ben poco. Dopo qualche anno ho continuato con Economia, le cui teorie sulla soddisfazione dei bisogni - che descrivono ciò che si nasconde dietro il concetto di bisogno e sull’esistenza di bisogni naturali ed artificiali - hanno spinto la mia ricerca verso la dimensione virtuale e un nuovo bisogno di sicurezza e di espansione del corpo fisico.

Qual è stato il tuo battesimo come artista e nello specifico come fotografa?

Il mio percorso è iniziato a Roma con la prima mostra presso Futuro, l’associazione di Ludovico Pratesi.

Gli studi di Economia che ho trovato affascinanti e a me congeniali per la mia ricerca sul corpo e il suo doppio, sui bisogni fisiologici e anche digitali hanno determinato da subito la direzione del mio lavoro. Ho portato avanti parallelamente le due strade.

Una delle mie prime serie Genetics (2001–2002) nasceva da scansioni dirette del mio corpo su uno scanner e il risultato era una fotografia estremamente reale di una realtà però immateriale e intangibile. Era proprio l’apertura verso la realtà virtuale che stavo cercando. Ho continuato per alcuni anni con la video-performance (Dissipatio H.G., Peggy suicide) fino a quando ho scelto come protagoniste dei miei lavori soggetti esterni ma simili fisicamente a me nelle varie fasi evolutive, bambina, adolescente, donna (Future motion Capture, Autostart=Repeat, Pangea Trilogy, Domus De Janas).

Il passaggio alla fotografia pura è avvenuto quando ho sentito la necessità di una responsabilità sociale come artista (approfondita poi durante il corso alla Fondazione Ratti con Alfredo Jaar) e quella di perforare la realtà per darle altre prospettive, così l’immediatezza e la velocità della fotografia digitale mi hanno permesso a differenza dell’analogica di catturare istantaneamente la trasformazione e il movimento della realtà.

E oggi ancora di più la fotografia è per me perfetta per formare e performare il reale, riscrivendolo e segnando delle possibili direzioni.

Da quel momento in poi, che direzione ha preso la tua carriera artistica?

Dopo la fase delle scansioni che aveva al centro il mio corpo usato esclusivamente come strumento d’indagine, ho spostato la mia ricerca all’esterno per convalidarla socialmente. Così è iniziato il mio lavoro con soggetti femminili scelti dapprima in base ad una somiglianza fisica con me e successivamente anche in base ad una vicinanza empatica. Scelgo i soggetti con molta attenzione, a volte dura anche settimane.

Per lo più uso i social, Instagram, Tiktok, Facebook, e prima del contatto c’è una fase di esplorazione, devo conoscere quasi tutto di lei, attraverso le foto che posta, le frasi che scrive, è importante che quando passerò allo scatto possa fidarmi di lei come se fosse me. E a quel punto sarò semplicemente al suo fianco ad osservarla come fossi nella scatola del gatto di Schrödinger.

Il fatto che la mia fotografia abbia carattere performativo consente al soggetto stesso di muoversi liberamente in qualsiasi direzione. Il mio scatto sarà veloce, immediato e felino.

Nella serie Aliens Form N.0 (2019) per esempio tutto questo prende forma e accade sotto i miei occhi. La carne si trasforma e si ricrea nel movimento. Nell’istante preciso in cui ciò avviene, di umano non rimane altro che una piccola tazzina anonima. Il corpo non si determina più in relazione all’uomo ma in maniera autonoma, si auto-determina e la bellezza non è più una fragilità bensì sorpresa evolutiva e potenza pura.

Nella serie 49dolls (2020–2021) tutte le paure legate alla trasformazione del corpo affiorano e si propagano intorno al corpo stesso ma ancora una volta questo prende forza dalla propria fragilità in un atto di ribellione. Un corpo che cambia è sintomo nello stesso tempo di capacità di adattamento, di orizzonti da raggiungere e di non-paura. E allora niente più è debolezza ma identità e riscatto.

Con il progetto Supergirls (2009), le ragazze che hanno partecipato all’evento di finzione ideato da me come finta fotografa di moda, hanno riflettuto inconsapevolmente sulla possibilità di riappropriarsi del proprio corpo per reinterpretarlo per la prima volta in una duplice identità, riscattandolo in una trasfigurazione che ha ridato loro il potere di possedere il corpo.

Scrivi sul tuo sito di voler “riscrivere la fragilità”. In che modo Predator vuole appunto sfidare i canoni della fragilità femminile?

Predator è un lavoro di riscrittura della debolezza che parte dalla riscrittura della stessa parola Predator.

Essere predatore è una questione di sopravvivenza, di pressione biologica, si tratta di coevoluzione, di coesistenza di specie diverse. Di istinto primordiale. Niente di negativo in tutto questo.

Voglio quindi riscrivere la debolezza e darle una nuova chiave di lettura. L’impossibilità di essere deboli è innata nell’essere umano, la debolezza è indiscutibilmente la nostra potenza. Il punto di partenza è la nostra sessualità, la nostra propulsione alla vita, che può creare disorientamento e disagio ma che nel caso della donna può liberarla per esempio dallo sguardo maschile.

La potenza della sessualità nel tempo è stata sempre chirurgicamente controllata. La sessualità fa paura ed è spesso fraintesa. C’è sempre tanta violenza nel cercare di contenere la sessualità soprattutto se a farlo siamo noi stesse.

Nella storia della fotografia risulta ancora più evidente perché visivo. La fotografia ha spesso immortalato la donna in una dimensione filtrata dall’eros maschile o addirittura da parte della donna nella sua sofferenza, nel suo annullamento della femminilità come madre ma credo che ci sia ancora tanto ed altro da raccontare. C’è un bisogno innato di bellezza, primordiale e pre-sociale, che è molto duro da ammettere e che non va confuso con quello imposto dalla società o con quello della “bellezza infinita” che tanto riempie l’infosfera.

Necessariamente la riscrittura della debolezza deve avvenire attraverso la riscrittura della bellezza. La debolezza nasconde la nostra potenza e la nostra bellezza più profonda, come uno schermo protettivo. Di conseguenza la nostra potenza di essere umano è nell’abbandono, nel saper accettare la propria fragilità per riscriverla in strumento evolutivo e riuscire a passare da preda a predatore.

  • Che ruolo ha il nudo femminile nella tua opera?

Travolgere lo sguardo!

Rimanendo nel tema della riscrittura il mio intento è riscrivere la fisionomia del nudo, liberarlo dall’appropriazione visiva maschile, dall’erotismo e dal voyeurismo e consegnargli un nuovo sguardo, asettico, sessuale, potente. Ho bisogno di parlare di sessualità senza artifici giustificativi, senza orpelli e di concentrarmi solo sul corpo e la carne, senza alcuna distrazione.

Il corpo è il nostro strumento di percezione del mondo, ci aiuta a muoverci nello spazio per esempio, il corpo nudo lavora ancora meglio, perché tra il mondo esterno e il corpo ci sarà solo la carne i cui pori saranno a contatto diretto con le superfici del reale. Quale comunicazione potrebbe essere più efficace?

E’ fondamentale un contatto primordiale con il mondo, è per me totalmente controproducente disorientare lo sguardo dello spettatore con elementi superflui.

Ciò che trovo interessante è che un corpo nudo non ha alcuna difesa, non ha appigli a cui far riferimento o legami che possano compromettere la sua verità ma resta da solo con la sua fragilità che a quel punto, in una sorta di reazione istintiva, non potrà che trasformarsi in potenza. E’ sempre il discorso di preda e predatore.

E’ in quel preciso momento che la donna nuda può liberarsi da una parte dagli stereotipi imposti dalla società, dall’altra dai vincoli imposti dalla propria esperienza. Senza orpelli e agganci il corpo rimane carne, punto zero, tela bianca. A quel punto l’attenzione è già su altro e non più sulla nudità.

Che rapporto hai con le tue modelle? Chi sono le misteriose bambine di Predator?

Scelgo le mie protagoniste con molta cura perciò il rapporto con loro molto spesso si protrae nel tempo. Le aggiorno costantemente sul mio lavoro e provo a coinvolgerle quando possibile anche in serie diverse. Le bambine di Predator? Beh, in primis la mia bambina, il mio clone più perfetto e poi le figlie delle stesse donne da me ritratte.

In Predator alcune di loro hanno vissuto una separazione e la bambina rappresenta allora il legame destabilizzante e struggente con una realtà non più esistente. Se ti riferisci invece alle prime bambine di Predator nel 2010, quelle a bordo del furgone blu, beh con loro è successo tutto per caso, le ho incontrate a casa di una mia amica e quel pomeriggio avevo con me la camera e abbiamo improvvisato un gioco che si è trasformato in uno scenario di guerra. Oggi dovrebbero avere 21 anni. Sarei curiosa di ricontattarle.

Dove nasce l’idea di usare le garze e le corde?

Le garze sono per me i legami col nostro mondo, interiore ed esteriore, con il nostro passato, la nostra infanzia. Sono garze mediche che vorrebbero coprire e proteggere ferite invisibili ma in realtà semplicemente esaltano la bellezza degli occhi, della bocca, delle mani e del corpo stesso, portando alla luce la sessualità che resta la nostra primordiale arma di libertà e che è incontenibile. Ma possono anche rappresentare quei legami che destabilizzano il nostro presente o che al contrario in alcuni casi danno staticità. Ma nello stesso tempo creano uno squilibrio inaspettato che capovolge i ruoli tra s-oggetto e spettatore, la preda torna predatore, lo spettatore subisce il destino contrario, da soggetto inizialmente attivo viene scosso da quella forza e ne diventa preda.

I legami non svaniscono ma rimangono latenti e ci accompagnano anche permettendoci di tirare fuori la nostra forza primordiale nella lotta alla sopravvivenza.

Non a caso sto cercando in un viaggio a ritroso nella mia infanzia in Molise di riesumare i legami infantili che non credevo fossero ancora così forti e di dare loro invece una nuova prospettiva. Ho riscoperto il significato delle fasce di juta, di cotone con cui venivano avvolti i neonati nel tentativo di dare stabilità alla loro colonna vertebrale o le corde con i nodi cappuccini che i bambini indossavano su un saio francescano durante il primo anno della loro vita.

Trovo interessante farli indossare oggi ai miei soggetti, alle bambine e alle adolescenti che si riscoprono protagoniste di una storia che non hanno vissuto ma che avrebbero potuto vivere. Anche questo è un legame interessante.

Per trovare notizie femministe, ci vuole fiuto.

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store